Un’ Americana a Messina: quando il dialetto va a ritmo di tradizione e innovazione

29 Marzo 2017 Attualità

Cresciuta nella soleggiata California, ma con resistenti radice sicule, Sara Cardullo, 25 anni, si divide tra Roma e Messina per un progetto di ricerca universitario sul dialetto messinese. Borsista Fulbright, ci racconta la sua storia e il suo amore per la lingua sicula, portandoci alla riscoperta della nostra città e della sua bellezza con uno sguardo tutto nuovo.

Sarà forse per le doppie incastonate ad inizio parola, tanto per rafforzare il concetto, il suo vocalismo o la pronuncia cantilenante e dolce che disegna così bene gli oggetti a cui ci riferiamo che sembra quasi di poterli toccare con mano. Sta di fatto che se ne è innamorata sin da piccola Sara, della Sicilia, della sua storia e del suo dialetto, quando arrivava qui con la famiglia per le vacanze.

Arrivava qui e si lasciava carezzare da un sole che le ricordava forse un po’ quello della sua San Diego, in California, ma che, contemporaneamente, emanava un nuovo, insolito profumo: quello delle arance e del suono ritmico di una lingua sconosciuta, ma fin troppo curiosa e affascinante. Che avesse poi un suo volto, con le proprie rughe e il suo passato, con i suoi tratti e mutamenti, questa “American girl” classe ‘92 l’ha scoperto pian piano, tra un gioco e l’altro con le cugine siciliane. Risolta poi l’equazione, il resto è venuto da se: tra l’inglese imparato a scuola, l’italiano insegnatole dal padre, lo spagnolo con cui si parlano i suoi genitori e quel pizzico brioso di portoghese con cui scambiava qualche parola con le sue babysitter brasiliane, l’orecchio per le lingue e per le loro particolarità di certo non le è mai mancato; così, ultimati gli anni di università a casa, doveva solo trovare un modo per rimanere a vivere qui e buttarsi a capofitto nello studio e nella riscoperta di quella lingua di cui “riusciva sempre a capirci qualcosa”.

Rimboccatasi le maniche, Sara Cardullo è andata alla ricerca di un’opportunità che le permettesse di portare avanti non solo un progetto e un percorso di ricerca e di studio, ma, soprattutto, di coltivare una passione che l’accompagna da sempre. L’occasione l’ha trovata grazie a un bando del programma di scambio culturale Fulbright (di cui vi parliamo qui, ndr): nello specifico a una borsa di studio “Research Grant”. Questa, una volta vinta, le ha aperto le porte della ricerca sul campo, consentendole oltretutto di diventare un’ambasciatrice culturale, nell’ottica di una collaborazione e di uno scambio di prospettive e idee tra gli Stati Uniti e l’Italia. Il suo studio, “The Value of Dialect in a Globalized Word: A Case Study on Messinese”, attualmente focalizzato sulla fase di raccolta dati e svolto in collaborazione e con la supervisione del professore Alessandro De Angelis (docente di linguistica dell’Università degli Studi di Messina), indaga la vitalità della cultura dialettale e della tradizione locale nelle nuove generazioni.

Fulbright U.S. Student Program Promo Video, 2016 from Fulbright Program on Vimeo.

“I dialetti mi hanno sempre affascinata e incuriosita: mi interessava capire quale fosse il loro ruolo attuale e se fossero ancora così presenti oggi, in un mondo globalizzato dove l’inglese, lingua franca, è diventata pervasiva ed invasiva”.

D’altra parte essere borsisti Fulbright sembra essere un “vizio di famiglia”, un’eredità quasi spirituale lasciatela dalla nonna materna di origini portoricane che, nel lontano ’49, aveva deciso di studiare “The Romance Languages” a Firenze, dopo aver vinto la stessa borsa di studio della nipote.

Sara che, proprio per i suoi studi, vive qui ormai da un anno, se ne va in giro per la città con uno zainetto in cui sembra che cerchi di mettere dentro tutto ciò che di più sorprendente e colorato scova in una città in cui, di “tinte sgargianti e calde”, se ne trovano ad ogni passo.

Gli anni delle vacanze trascorse qui le avevano già fatto pregustare il sapore dolce ed intenso della vita messinese, a volte fresco e coinvolgente come un abbraccio, altre un po’ più confusionario e disfunzionale; consegnandole, così, una prospettiva più consapevole. Ed è proprio grazie ai costanti contatti collezionati con la cultura italiana e siciliana che mai, in quello zainetto, sempre così pieno di bellezze catturate con uno sguardo acuto, pregiudizi e stereotipi hanno trovato spazio per attecchire. Specie quelli che, a volte, noi per primi crediamo varchino l’oceano per imporsi agli occhi di chi ci guarda da fuori e che, invece, per una persona che “non faceva tanti paragoni” come Sara, sono solo fumo estremamente fastidioso. “È un’esperienza meravigliosa – ci racconta – non me ne vorrei più andare”. E il merito forse va, inaspettatamente, anche a quelle differenze culturali che alle volte l’hanno fatta sentire un po’ più “americana”, filtrate anche nelle piccole cose, nei modi di fare e di pensare e che, incredibilmente, non hanno mai innalzato un muro di distacco e incomprensione; bensì basi su cui poter costruire un ponte comunicativo di interazione e confronto estremamente stimolante.

Ce lo spiega Sara stessa, colpita ed impressionata dalle differenze tra i sistemi accademici statunitensi e italiani. “È chiaro: uno cresce in un dato sistema di istruzione e non considera ci siano altri modi di imparare o di rapportarsi con le materie”. Negli Stati Uniti, per esempio, agli studenti universitari è data l’opportunità di provare a frequentare corsi e materie anche molto diverse tra loro prima di procedere verso una scelta finale che, in ogni caso, non è necessariamente definitiva. Anzi, sin dal liceo, ai ragazzi viene ben fatto presente che ciò che decideranno di studiare all’università non condizionerà e influenzerà in maniera irreversibile il resto della loro vita; ma che, al contrario, si è sempre in tempo per cambiare rotta. Il sistema universitario italiano, invece, sembra essere un po’ più settoriale e specialistico, incentrato su uno studio che, appunto, si focalizza e comprende discipline che rientrano più strettamente in un determinato ambito di interesse. Dunque un punto di vista ampio e che ci restituisce un quadro ambivalente, quello propostoci dalla fulbrighter che, in questi mesi, ha avuto parecchie volte la possibilità di mettere a confronto “due mondi” senza, naturalmente, volerne svilire uno per valorizzarne un altro. Al contrario: “essendo per la prima volta immersa in questo sistema, mi sento ‘challenged’ (messa alla prova, ndr), ma contemporaneamente molto stimolata, anche perché mi porta ad avere un rapporto diverso con la materia”.

Ciò che però ha maggiormente e significativamente stupito Sara Cardullo sono state, più che le differenze capaci di compensarsi, le similitudini e le affinità che ha ritrovato nella voglia di mettersi in gioco da parte di molti gruppi di giovani, socialmente impegnati in ambito locale, volenterosi, caparbi e ricchi di idee creative ed alternative. Tutto sommato il mondo è paese e quando certi panni, specie alle nuove generazioni, cominciano a stare un po’ più stretti, la  voglia di sbloccarsi, mobilitarsi ed essere artefici di un vento di cambiamento e di innovazione sociale è uguale per tutti. È la resilienza di alcuni, irriducibile e sempre pronta a sfidare l’ostilità e l’immobilità di un sistema, contro la resistenza al cambiamento di altri; fortezza a volte inconscia, a volte consapevole, dentro la quale ci rifugiamo, ma sempre, in ogni caso, di ostacolo allo sviluppo e al cambiamento.

Ed è con un tipico piglio all’ “americana” che Sara ci risponde quando le chiediamo quali consigli darebbe ad un giovane messinese DOC. Persistenza e perseveranza anzitutto, che con queste e con la buona volontà chiunque può raggiungere qualunque obiettivo si sia prefissato. Ci crede davvero, lo si sente dalla voce sicura e decisa. Sia quando parla dei sacrifici e del lavoro, a volte duro, che si deve essere disposti a fare (e che in ogni caso non sono mai di troppo, visto che forgiano e incanalano le energie nella direzione più giusta); sia quando ci invita ad essere curiosi, aperti ed intraprendenti. Pronti ad imparare senza mai dire “basta”, ma capaci di andare sempre un tantino oltre ciò che vediamo, tanto da cogliere ed accogliere sempre nuove idee e stimoli; e, soprattutto, ad essere protagonisti attivi della nostra crescita e formazione, andando a scovare da soli il necessario per fare in modo che quei progetti chiusi in un cassetto non rimangano li a fare la muffa. Insomma, uno spirito proattivo tutto “Made in Sicily”.

Sara Cardullo non è la sola statunitense borsista Fulbright che potrebbe capitare di incontrare in giro per la Sicilia. Complessivamente sono 26 i giovani americani arrivati in Italia in questo anno accademico con il Programma Fulbright, di questi ben 8 nella nostra regione: il numero più alto in Italia. “Questa per noi è una conferma – afferma Shawn Baxter, Console per la stampa e la cultura del Consolato generale degli Stati Uniti per il Sud Italia – che anche negli Stati Uniti la Sicilia è considerata una meta di grande prestigio per chi decide di fare ricerca in Italia“. Continua Baxter: “In genere gli aspetti che affascinano maggiormente gli americani sono quelli legati alla storia millenaria della Sicilia, all’archeologia, al patrimonio culturale, ma ci sono tanti altri ricercatori, come Sara, che scelgono di venire in Sicilia per approfondire aspetti antropologici, tradizioni artistiche o enogastronomiche”. Altro tema caldo è quello della gestione dei flussi migratori e dell’accoglienza dei rifugiati: “in questo ambito di ricerca, quest’anno in Sicilia ci sono ben tre laureati che stanno studiando il fenomeno delle migrazioni in collaborazione con l’Università di Palermo”.

Ma i fulbrighter sono anche nelle scuole. Per l’anno scolastico in corso, ad esempio, due giovani laureati americani stanno lavorando come assistenti di lingua e cultura americana in diversi istituti superiori di Trapani e Marsala, grazie al programma Fulbright English Teaching Assistant. “Si tratta di un programma che ogni anno coinvolge città e istituti diversi in Sicilia – conclude Baxter – e che, oltre ad aiutare gli studenti a migliorare il loro inglese, permette a questi giovani americani di immergersi nella cultura siciliana e stringere nuove amicizie”.

di Serena Iudica